01 settembre 2012

Prendiamoli a pedane

L'uovo di Dublino
Parto per Dublino con l'idea di scrivere, al ritorno, un post sull'accessibilità della città. Cosi, magari, viaggetto dopo viaggetto tiro fuori da questo blog una guida all'accessibilità delle città del mondo.
Torno deluso. A Dublino è, ovviamente, tutto accessibile, mezzi pubblici e locali, compreso il museo dentro la prigione settecentesca.
Alla fermata dell'autobus il marciapiede è rialzato per ridurre il dislivello e agevolare la pedana (manuale, e che quindi non si rompe) in dotazione a tutti gli autobus.

E il mio post? Lo faccio lo stesso. Ma su Genova. L'Italia non delude mai.

Mi scrive un amico con un ragazzo tetraplegico che le nuove stazioni della metropolitana non sono accessibili in autonomia perché tra banchina e vagone ci sono più di 10 cm (la sedia a motore ne supera al massimo 4). 
Il rimedio è costoso, complicato, scomodo e umiliante. Che l'azienda prova a minimizzare: "Laddove non esiste un perfetto allineamento, sono presenti ["presenti", ricordiamocelo] pedane mobili che facilitano l'entrata e l'uscita delle carrozzelle. Nelle stazioni della metropolitana è a disposizione, su chiamata, il nostro personale per la gestione delle pedane."
Più onesto il portale informativo turistico Terredimare: "Tutte le vetture presentano un dislivello di circa 10 cm rispetto alle banchine [come "tutte"? l'azienda non diceva "laddove"?], per superare il quale è previsto il posizionamento di una rampa mobile da parte del personale, con la seguente procedura: esiste una procedura detta “di contatto” che avviene tra il “cliente speciale” ["speciale" sarà la metro di Genova, semmai] che ha bisogno di utilizzare la pedana e il centro di controllo della metropolitana. Una volta all’interno della stazione ferroviaria la persona con disabilità comunica la propria posizione di partenza [c'è bisogno di dirlo? nessuno intuisce che è la stessa dove si trova il disabile?] e la destinazione al dirigente della centrale del traffico [un altro o è la "centrale di controllo" di prima?], tramite un citofono di servizio. Il dirigente della centrale comunica con i treni in servizio segnalando la presenza di una persona con disabilità [a una bella sirena stile Alcatraz non hanno pensato?]. Questo permette alla stazione di avviare le procedure di recupero [dopo quella "di contatto" è già la seconda procedura, la cosa si fa complicata; e poi cosa vuol dire "recupero"? non erano "presenti"? il mio amico che dice che devono farle arrivare da uno dei capolinea, mettendoci più di mezz'ora] e fissaggio pedane e di posizionare il personale in assistenza [ormai la mobilitazione è totale, e dire che il disabile non ne vorrebbe nessuna, vorrebbe passare inosservato]. Fatta salire la carrozzina il personale in assistenza comunica al macchinista la conclusione delle operazioni di salita fissaggio e la destinazione del cliente. Alla stazione di arrivo viene segnalata la presenza di una persona con esigenze speciali e anch’essa si attrezza per la discesa del cliente. L’uscita dalla stazione avverrà grazie al sistema combinato di ascensori che portano dalle piattaforme al livello stradale. Il giudizio complessivo della metropolitana è quindi di accessibilità condizionata."

In conclusione il disabile risale in superficie accompagnato da un sospiro generale: "Finalmente questo rompicoglioni è sceso". Proprio quello che desidera.


Tu chiamala, se vuoi, "accessibilità condizionata", io preferisco ******** (è inutile che contiate gli asterischi, li ho messi a caso).

Chi se ne frega dello staffettista con la pedana in mano, è pur sempre un posto di lavoro, ma perché, ****** (idem), un disabile non può andare in giro per la sua città come un disabile di Dublino o di qualsiasi altra città d'Europa? Perché deve farsi stramaledire dai pendolari solo per un inutile gradino?
Tutto perché a qualcuno non è venuto in mente di alzare di 10 cm la banchina, ecco perché.
L'uovo di Colombo.
Che tra l'altro era di Genova.