01 marzo 2013

Primo marzo, l'annuncio

Alla fine del 1994 sento un formicolio in tutta la parte destra del corpo. Passa. A febbraio comincio a inciampare dappertutto, falcio la pianta dell'ufficio, non riesco a camminare dritto, vedo doppio.
Il medico mi manda dal neurologo che mi vuole mandare in ospedale. Piano, prima voglio andare dall'oculista. No, tu martedì entri. Entro. Mi fanno la risonanza. La mattina di mercoledì primo marzo 1995 il neurologo mi dice che cosa ho.

Il mio annunciatore
Non mi è mai piaciuto il suo faccione e nemmeno la sua specializzanda. Ammetto però che a fare l'annuncio è stato veramente bravo.
Me lo ha detto direttamente, seduto, di mercoledì, sparando il nome della malattia solo alla fine. Infatti, per fare un buon annuncio occorre seguire almeno queste tre regole:

1.
Mai annunciare la diagnosi per iscritto, mai delegare a sottoposti, intermediari, nemmeno ai familiari: lo sventurato, appena ricevuta la notizia, avrà una mitragliata di domande da fare e non è il caso che l'annunciatore gli risponda:  "E che ne so io, devi chiedere a un esperto".
L'annuncio indiretto condanna il paziente ad attaccarsi a Google oppure al telefono con uno che una volta gli ha detto che aveva un parente che aveva una cosa simile.

2.
Più o meno per la stessa ragione, l'annuncio non va fatto di venerdì. E neanche in orario supplementare, in piedi e con le chiavi della macchina in mano.
L'annuncio, anche per via del prossimo punto 3, non è breve, e nemmeno lo è la discussione che segue.

3.
Prima si descrivono la situazione attuale, cosa l'ha prodotta e il meccanismo di funzionamento della malattia. Poi, si illustrano i possibili sviluppi, professando agnosticismo e sottolineando che ci sono anche delle forme benigne, fossero anche attestate sull'uno per cento dei casi. Solo alla fine, si dice il nome della malattia.
Specie se è brutto come quello della mia. A proposito, ma uno meno brutto di sclerosi multipla non lo potevano dare? Uno che, quantomeno, non ricordasse un modello della Fiat?

*   *   *
L'annuncio è anche questione di gusti. A me piace chiaro, preferisco giocare a carte scoperte che dover pensare: "Me l'ha detto perché ci credeva o solo per non deprimermi?"
Per questo, apprezzai molto  A.G. detto J., il mio amico medico, quando, spaventato da una cosa che avevo letto, gli chiesi: "Ma... ma qui c'è scritto che dopo tot anni 6 malati su 10 hanno questo problema! Cosa posso fare?"
E lui disse: "Cerca di stare nei quattro".

*   *   *
Se si vogliono rassicurazioni a ogni costo, l'unico modo è usare lo schema dialettico ideato da un mio stretto parente nel colloquio avvenuto con il suo medico tra diagnosi e intervento:
"Lei mi assicura che dopo l'intervento potrò tornare a fare tutto quello che facevo prima?"
"Beh, dipende da cosa faceva prima."
"Io? Un cazzo."



Flash dal mondo a rotelle:

Sue Austin se la spassa sott'acqua (leggi e guarda)


6 commenti:

  1. Ti confesso una cosa: leggo sempre i tuoi post e non li commento mai. Per non sfigurare! Non mi viene mai in mente una cosa a dire che sia abbastanza brillante, arguta, intelligente! Di sicuro tutte le volte penso: grande penna e grande testa! E su questo sono certa di non sbagliare.
    Cristina

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  2. 1) Non ci hai raccontato se sei ancora nei "quattro"
    2) Non ci hai raccontato come lo hai detto a casa, se ci sono state scene strazianti stile "funerale kurdo" o silenzi impastati di sincero terrore
    3) Perché ogni volta che leggo un tuo post ho voglia di farmi due risate?
    (e una corsa in bici?)
    4) Ho una bottiglia di vino ottimo che aspetta. Non facciamola attendere troppo
    ti voglio bene ;-)

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  3. NE TERRO' CONTO. UN ABBRACCIO

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  4. Caro Leonardo,
    hai una capacità meravigliosa: quella di dire con estrema simpatia e leggerezza cose che leggere non sono, e di riuscire a comunicarle con tempi comici che dovrebbero fare invidia a dei personaggi di Zelig.
    Come sai, anch'io mi trovo spesso nella situazione di dover comunicare diagnosi diciamo non particolarmente divertenti. Mi permetto soltanto di aggiungere ai tuoi un piccolo punto, che potrei identificare come il 2bis. Mentre si comunica la situazione attuale e si entra in contatto col paziente, un medico dovrebbe capire quanto il paziente sia in grado di capire, quanto e cosa voglia sapere, quanto e cosa voglia NON sapere. Non dobbiamo sentirci obbligati a comunicare sempre e comunque una diagnosi, dobbiamo anche rispettare il diritto che il paziente ha di NON volerla conoscere.
    Abbraccio te e la tua bella famiglia, Andrea

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  5. Sono davvero felice di aver marinato la riunione e, nell'ozio del venerdì, di essere inciampata in questo blog. Per una volta che non inciampo nella moquette.
    A me l'annuncio non l'hanno mai fatto: alla neuro dell'ospedale della mia città vigeva una politica delle comunicazioni un tantino evasiva. Un mese di ospedalizzazione, e la diagnosi non compariva neppure sulla lettera di dimissioni. Poi però l'usciere mi allungò un volantino dell'AISM. "E che sarebbe l'AISM?"
    Ecco, io l'ho saputo così.

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    1. ciao differita, se mi scrivi a leotambo@gmail.com ci chiacchieriamo un po' sopra
      grazie del commento e della testimonianza

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